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La Strada più Lunga

Si dice spesso che una persona si accorge di quanto gli può mancare qualcuno o qualcosa solo quando la perde. Non è il mio caso. Io ho sempre avuto ben chiaro quanto mi sarebbe mancata, in ogni singolo istante della sua vita.
Solo che oggi quella sensazione di vuoto, di ipotetica perdita, quell’esercizio di sofferenza che compivo ogni volta che immaginavo la sua assenza, stava diventando realtà.
Forse per colpa della strada, di questa strada, che per anni abbiamo percorso assieme.
Mano nella mano quando eravamo felici, uno sul marciapiede opposto all’altro quando litigavamo, al centro della strada quando non c’erano macchine o facendo zigzag sotto le tettoie quando pioveva.
Non ci sono mai piaciuti gli ombrelli. Il peso di doverli tenere, di occupare una mano, quella sensazione d’esser monchi. Forse perché siamo sempre stati entrambi nevrotici, e non riuscivamo a stare con le mani in mano. O perché ansiosi, e una mano libera in più può sempre servire, per ogni evenienza. Anche in quei momenti sapevo già che mi sarebbe mancata.
Specialmente oggi, in questa strada, di cui una volta mi aveva detto: “È la strada più lunga che conosco”. È sempre stata una curiosona. Ha preso tutto da me.
La fitta al cuore aumenta, e comincia a far male, perché passo davanti alla scuola, la stessa dove l’ho accompagnata tutte le mattine per otto anni, elementari e medie.
Quando ha smesso di baciarmi prima di entrare mi sono sentito vecchio per la prima volta. E orgoglioso, per l’ennesima, quando per giustificarsi disse: “Sono grande, ora”.
Per me grande lo è sempre stata. Specialmente quando quel tragitto lo percorrevo da solo, per andare a parlare con i professori che si prodigavano nel tessere le lodi della mia piccola.
Non ne parlavano granché bene, a dire il vero. Per loro troppo vispa, sveglia ed emotiva erano difetti. A me si riempiva il cuore d’orgoglio. Quelli non erano difetti, erano i miei difetti, che lei aveva fatto suoi.
Ora passo vicino al bar, quel bar che mi aveva detto che era cresciuta ancora. Quel bar dove una volta la portavo a fare colazione la domenica mattina e dove lei anni dopo andava a fare l’aperitivo con gli amici. Quando ce la vidi la prima volta mi parve non essere cambiata per nulla. Se non fosse che aveva ripreso a baciare gli uomini.
Resisto alla tentazione di un bicchiere, il tempo stringe, e io devo esser lucido, la strada è ancora lunga, anche se oggi sembra cortissima. Siamo quasi a metà, già all’altezza della chiesa.
Il suo primo abito bianco al giorno della prima comunione. Il catechismo non le piaceva e nemmeno andare a messa la domenica mattina ma quel giorno si sentiva speciale. Quel vestito, che non aveva voluto provare fino alla sera prima e che poi l’aveva fatta sentire come una principessa, anche se nemmeno le principesse le erano mai piaciute. Il negozio d’abbigliamento di fronte ai cinesi all’angolo con via Fiume oggi ha chiuso. Forse per la crisi ma a me piace pensare che sia stato per lei.
Era il suo negozio preferito, e senza lei non sarebbe più potuto andare avanti.
“Papà, mi accompagni a comprare un paio di jeans?”. Era un afoso pomeriggio di luglio, quando me lo chiese. Erano già anni che non uscivamo più insieme. Poco importava che me l’avesse chiesto solo perché era senza soldi in quel periodo, ché aveva risparmiato tutto l’anno per andarsene in vacanza con le amiche. Avevo gustato ogni singolo istante di quella camminata, tanto che la mamma si era arrabbiata perché avevamo fatto tardi per cena.
Non vendevano kebab quand’era piccola, ora ce sono due uno di fronte all’altro, a quest’altezza della strada. Le cose mutano, si adeguano, a volte migliorano. Per lei di sicuro, c’è una vita migliore ad aspettarla. Non è la sua di vita a preoccuparmi, quanto la mia, e quella di Sara. Saremo capaci di adattarci al futuro che ci aspetta?
La piazzetta con l’erba e le panchine è peggiorata. Spoglia, maltenuta.
Non si dovrebbe mai dimenticare di curare l’erba, altrimenti non cresce, o cresce male. Invece io, in questo preciso momento, mi rendevo conto di averlo fatto per bene. Di aver cresciuto una ragazza straordinaria.
E proprio mentre lo penso, eccola là, che si staglia imponente di fronte a noi, giusto alla fine della strada. La puoi vedere anche da molto prima, se lo vuoi, la stazione dei treni. Proprio per quello non avevo ancora mai guardato in quella direzione.
Per tutto il tragitto non siamo riusciti a rivolgerci una parola. Ma ora lei si volta di scatto e mi dice:

- Non fare così Papà, tornerò appena ogni volta che potrò.
- Vai che il treno parte.
- Potete venire a trovarmi voi, qualche volta.
- Sì, verremo. Ma la strada per Parigi è lunga.
Lei mi sorride: - Mai quanto via Piave, Papà.


Il prosimo racconto che pubblicheremo: "Due Secoli in Tre" di Irene Puorto

Andrea Tartaglione

BIOGRAFIA

32 anni, nato a Venezia-Mestre, dove attualmente vive. In mezzo, per lo più grazie all'università, ha viaggiato: Padova (da pendolare), Valencia, in Spagna, per l'Erasmus e infine ha vissuto 6 anni a Roma, dove ha completato gli studi e fatto i primi, difficili passi nel mondo del lavoro, prima di tornare a casa.

Laureato in Scienze della comunicazione, ha studiato anche sceneggiatura cinematografica e, dopo varie esperienze nel mondo dell'industria cinematografica e televisiva, è attualmente impiegato per una società di Mestre. 

“Ho sempre scritto da che mi ricordi, tanto, poco o pochissimo a seconda dei periodi e dell'umore.”

IL RACCONTO

la strada, la "via" a dire il vero, narrata nel racconto è una via reale: via Piave, della mia città natale (Mestre, la terraferma di Venezia) è la strada che, partendo da casa mia, porta alla stazione ferroviaria. Si tratta di una via piuttosto lunga per gli standard di Mestre. Una via che, quando ero piccolo, era addirittura imponente, e percorrerla voleva dire un viaggio in sé. Poi, crescendo, quella strada ha sempre continuato ad essere per me metafora di viaggio in quanto, con i frequenti spostamenti per l'Università, la percorrevo sempre volentieri (quasi sempre a piedi, per "godermela" tutta) per arrivare alla stazione dei treni, per proseguire e iniziare un ulteriore viaggio. Per me però i viaggi cominciavano (e cominciano) sempre da lì, da via Piave.

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